lunedì, 26 febbraio 2024 | 11:15

Minaccia e ingiuria al superiore gerarchico: legittimo il licenziamento

Sanzionata con licenziamento disciplinare la condotta della lavoratrice che rivolge al proprio superiore gerarchico minacce accompagnate da epiteti offensivi (Cassazione - sentenza 19 febbraio 2024 n. 4320, sez. lav.)

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Minaccia e ingiuria al superiore gerarchico: legittimo il licenziamento

Sanzionata con licenziamento disciplinare la condotta della lavoratrice che rivolge al proprio superiore gerarchico minacce accompagnate da epiteti offensivi (Cassazione - sentenza 19 febbraio 2024 n. 4320, sez. lav.)


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Il caso

La Corte di Appello di Bologna confermava la pronuncia di primo grado con la quale era stato annullato il licenziamento disciplinare intimato ad una lavoratrice dalla società datrice di lavoro.
La Corte, in particolare, valutati i tre addebiti disciplinari contestati alla dipendente, affermava la rilevanza disciplinare dell'ultima contestazione, consistente nell'avere pronunciato, nei confronti di una collega gerarchicamente sovraordinata, una frase minacciosa, accompagnata da parole offensive; tuttavia, i giudici del gravame escludevano un "minimo di potenzialità intimidatoria oggettiva" nella frase pronunciata e riconducevano tale condotta nell'ambito della mera insubordinazione verso i superiori, punibile con sanzione conservativa prevista dal CCNL applicabile, non ricorrendo, invece, l'elemento della gravità della insubordinazione prevista dallo stesso contratto collettivo come ipotesi di licenziamento disciplinare.
Pertanto, ravvisando che il fatto rientrava tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni del contratto collettivo applicabile, la Corte non solo escludeva la legittimità del recesso ma riconosceva alla lavoratrice anche la tutela reintegratoria.
Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso la società.

La decisione della Cassazione

La Suprema Corte ha ritenuto fondate le doglianze della datrice di lavoro, rilevando che, in materia disciplinare, il procedimento di sussunzione della fattispecie concreta in quella astratta, tipizzata dalle parti collettive, non consente una tale operazione logica quando la condotta del lavoratore sia caratterizzata da elementi aggiuntivi, estranei e aggravanti, rispetto alla previsione contrattuale ed è insufficiente un'indagine che si limiti a verificare se il fatto addebitato è riconducibile alle disposizioni della contrattazione collettiva, essendo sempre necessario valutare in concreto se il comportamento tenuto, per la sua gravità, sia suscettibile di scuotere la fiducia del datore di lavoro e di far ritenere che la prosecuzione del rapporto si risolva in un pregiudizio per gli scopi aziendali, con particolare attenzione alla condotta del lavoratore che denoti una scarsa inclinazione ad attuare diligentemente gli obblighi assunti e a conformarsi ai canoni di buona fede e correttezza.
Nel caso sottoposto ad esame, come evidenziato dal Collegio, i giudici d'appello non si erano attenuti ai principi richiamati, non avendo considerato che la frase incriminata non solo costituiva espressione di insubordinazione al cospetto di un superiore gerarchico, ma si accompagnava ad una minaccia e ad una ingiuria nei confronti della collega di lavoro. Quanto alla minaccia, la Corte territoriale l'aveva ritenuta priva di attitudine intimidatoria sul presupposto che non vi era stato alcun precedente di condotta violenta; al contrario, ai fini dell'integrazione del reato di minaccia, per costante giurisprudenza di legittimità, non è necessario neanche che il soggetto passivo si sia sentito effettivamente intimidito, essendo semplicemente sufficiente che la condotta posta in essere dall'agente sia potenzialmente idonea ad incidere sulla libertà morale del soggetto passivo e, quindi, non è certamente richiesto che sussistano precedenti di condotta violenta.
La Corte di legittimità non ha mancato, poi, di evidenziare che i giudici di merito non avevano valutato adeguatamente i contenuti incontestabilmente ingiuriosi della frase addebitata alla lavoratrice, con epiteti offensivi tanto più gravi perché pronunciati in un contesto lavorativo, senza affatto considerare che il datore di lavoro, in base all’art. 2087 c.c. e con le conseguenti responsabilità, ha precisi obblighi di protezione in ordine alla personalità morale dei propri dipendenti, i quali devono essere protetti anche dalle aggressioni perpetrate dai colleghi alla dignità e alla salute psico-fisica di ciascun lavoratore, salvaguardando anche il benessere organizzativo all'interno dell'azienda.

Di Chiara Ranaudo

Fonte normativa

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