giovedì, 22 febbraio 2024 | 16:36

Contratti a tutele crescenti: tutela reintegratoria in tutti i casi di licenziamento nullo

Il regime del licenziamento nullo è lo stesso, sia che nella disposizione imperativa violata ricorra anche l’espressa sanzione della nullità, sia che ciò non sia espressamente previsto (Corte Costituzionale - sentenza 22 febbraio 2024 n. 22)

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Contratti a tutele crescenti: tutela reintegratoria in tutti i casi di licenziamento nullo

Il regime del licenziamento nullo è lo stesso, sia che nella disposizione imperativa violata ricorra anche l’espressa sanzione della nullità, sia che ciò non sia espressamente previsto (Corte Costituzionale - sentenza 22 febbraio 2024 n. 22)

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Il caso

La Corte di cassazione, sezione lavoro, ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento all’art. 76 Cost., dell’art. 2, co. 1, DLgs n. 23/2015, censurato per difformità rispetto al criterio di delega dettato dall’art. 1, co. 7, lettera c, L n. 183/2014.
La questione è stata sollevata nell’ambito del giudizio di impugnazione della sentenza della Corte d’appello di Firenze che, rilevata la nullità del licenziamento disciplinare-destituzione, comunicato ad un autoferrotranviere, aveva dichiarato estinto il rapporto di lavoro intercorso con una società esercente il servizio di trasporto pubblico urbano, e condannato la datrice di lavoro al pagamento dell’indennità prevista dall’art. 3, DLgs n. 23/2015.
In particolare, la Corte rimettente censurava la norma richiamata (art. 2, co. 1, DLgs n. 23/2015) nella parte in cui, nell’individuare il regime sanzionatorio per i licenziamenti nulli, limita la tutela reintegratoria ai casi di nullità «espressamente previsti dalla legge», in ciò violando l’art. 76 Cost., per contrasto con l’art. 1, co. 7, lettera c, L n. 183/2014 che, con riguardo ai contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti, dispone la limitazione del diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato, senza una ulteriore limitazione ai casi di nullità espressamente prevista.
Ad avviso della Corte rimettente proprio l’inserimento della parola “espressamente” esclude dall’ambito applicativo della norma censurata tutte le ipotesi in cui, pur ricorrendo la violazione di una norma imperativa, la nullità non sia testualmente prevista come conseguenza della stessa.

La decisione della Consulta

La Corte costituzionale ha ritenuto fondata la questione, rilevando che il criterio direttivo fissato nella legge delega, nella parte rilevante nel caso sottoposto ad esame, segna i confini della tutela reintegratoria del lavoratore nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo delineando, in negativo, un ambito di esclusione, che vede la tutela solo indennitaria per i licenziamenti economici che risultino illegittimi, e, in positivo, uno di inclusione, riservato distintamente ai licenziamenti nulli e discriminatori e ad alcune specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato; tale assetto risulta adeguato rispetto all’obiettivo del legislatore, nell’ottica di ricomprendere nella nuova disciplina tutta la possibile casistica di licenziamenti illegittimi, con una netta demarcazione tra le ipotesi di nullità, sempre meritevoli della più grave sanzione in forma specifica, e quelle di illegittimità sanzionate in termini esclusivamente monetari.
Al contrario, il legislatore delegato, con la limitazione dell’ambito applicativo dell’art. 2, co. 1, DLgs n. 23/2015 ai licenziamenti per i quali la nullità è espressamente prevista, ha dettato una disciplina incompleta e incoerente rispetto al disegno del legislatore delegante.
Difatti, sono rimasti privi di regime sanzionatorio le fattispecie di licenziamenti nulli privi della espressa (e testuale) previsione della nullità, i quali per un verso, non avendo natura “economica”, non possono rientrare tra quelli per i quali la reintegra può essere esclusa, ma, per altro verso, in ragione della disposizione censurata, non appartengono a quelli per i quali questa tutela va mantenuta, senza che ad essi possa alternativamente applicarsi la tutela indennitaria.
In altre parole, il legislatore delegato ha distinto le ipotesi di nullità espressa rispetto a quelle di nullità non espressa, ma, nel contemplare la tutela reintegratoria per le prime, nulla ha invece previsto per le seconde e dunque, in caso di licenziamento nullo perché in violazione di una norma imperativa, che però non preveda espressamente la nullità dell’atto, manca l’individuazione della tutela per questa fattispecie esclusa dal regime della reintegrazione.
Sulla base di tali presupposti, il giudice delle leggi ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, co. 1, DLgs n. 23/2015, limitatamente alla parola «espressamente».
Per effetto di tale pronuncia il regime del licenziamento nullo è lo stesso, sia che nella disposizione imperativa violata ricorra anche l’espressa (e testuale) sanzione della nullità, sia che ciò non sia espressamente previsto, sempre che la disposizione imperativa rechi, in modo espresso o no, un divieto di licenziamento al ricorrere di determinati presupposti.

Di Chiara Ranaudo

Fonte normativa

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